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REVIEWS

MAKHNO - THE THIRD SEASON














BLOW UP







































DISTORSIONI

Provando a chiedersi perché proprio ‘la terza  stagione’, quale possa essere il senso ultimo di questa scelta, alla luce del complesso e tortuoso cammino compiuto da un musicista che milita nel cono d’ombra della musica underground fin dai primissimi ‘80 e che procede con una coerenza quasi disarmante, di certo partire dalla semiotica del Cerambyx cerdo della strepitosa copertina, può aiutare solo relativamente. Questo coleottero impiega ben tre anni per passare dalla fase di larva a quella di pupa e resta nella fase adulta per non più di un mese, ma lasciamolo momentaneamente da parte per ritornarci ex post. Immaginiamo "The Third Season" come un cerchio che si chiude, una rivalutazione più consapevole e matura del proprio inizio o il suo contrario, l'annientamento del tutto, il 'nulla iperreale' ritrovato. Il noise elettrificato, destrutturato e contratto che Paolo Cantù ci ha trasmesso con la sua ultima ragione sociale, Makhno, di cui "Silo Thinking" (2013) è stato il portentoso inizio, sembra voler essere un approfondimento concettuale e sottilmente metaforico di ciò che i Tasaday avevano iniziato ad esplorare più di trent’anni fa ma catapultato con ferocia dentro ai nostri giorni. Quell’inesprimibile che voleva tradurre l’alienazione e lo smarrimento del post moderno: l’uomo involuto in una bestialità sconosciuta al senso armonico della natura; trova ora mimiche più contorte e rabbiose, meno aleatorie e più perversamente carnali per fuoriuscire. Quel silenzio intraducibile è diventato stridore di frammenti industriali, esalazione sulfurea quasi irrespirabile e fastidiosa, tribalismo invasato. Cantù procede in solitaria, coriaceo e ostinato, allestendo un oscuro cabaret di indolenza e intensità tanto affine a smorfie di dolore quanto ad un rigetto violento, sfumando tutte le linee di confine delle modalità e dei generi, muovendosi in un labile confine di crudo cripticismo. 

Il disco si apre con The book of the year che riprende la cinematica contorta, impellente e sincopata del primo capitolo, tra rumorismi in overdub e assalti frontali di percussioni. Per non mai dimenticarmi rimane sospesa in una magmatica tensione nervosa in cui le note graffianti della chitarra sembrano voler lacerare la spessa coltre di densità emotiva. I dream I saw Mark P last night ha un incedere pachidermico e ansiogeno, ancora una volta mette in campo, in una sgranatura iperbolica e grezza, l'alternanza funambolica primitivismo - futurismo. Dissonanze avant impro, barbarie e passione, alimentano il calderone di un non metabolizzato che riaffiora tracimando in tutta la sua informe, lirica, mostruosità. Cannibalizza, in una sorta di gnosi esistenzialista personalista, ogni volontà mediatica, ogni sinuosità musicale, questa costruzione musicale tesa e rabbiosa, riprende le fila della repellenza sposata dal Pop Group (del quale, non a caso, Makhno ci ha offerto una credibile cover di She's Beyond Good and Evil, insieme a Hysm?Duo) ma proprio in ragione di questo va a toccare corde emozionali recondite di indignazione silente, qualcosa che ribolle nell'inconscio: Avevo cose da dire, Die gedanken sind frei. Un irrisolto che non implode più tra le pieghe dell'anima ma esplode con veemenza e lascia segni indelebili sulla pelle. E qui si ritorna alla Cerambice iniziale che, del suo scavare incessante, delle sue fatiche sotterranee, reca segni indelebili nella sua corazza nera inscalfibile, nelle sue lunghissime quanto fragili antenne. Un affacciarsi alla vita per tesserne l'inno disperato e beffardo di disprezzo e gratitudine (Do not let the olive branch fall from my hand e soprattutto Nobody knows you when you're down and out).
Romina Baldoni

SODAPOP

Dove eravamo rimasti? A Federico Chiappini che, su una base di chitarre distortissime, chiedeva due pistole, per “morire come il generale Custer”. Mi sa che Paolo Cantù, destinatario di quella richiesta, le armi non gliele ha mai fornite, perché entrambi li ritroviamo nei solchi di questo nuovo lavoro, il secondo a nome Makhno, un disco bello e difficilmente circoscrivibile in un genere.
Silo Thinking aveva fornito una solida base al percorso solista dell’ex A Short Apnea e Uncode Duello, andando a rappresentato una dichiarazione d’intenti che non lasciava dubbi: era un’opera politica che buttava sul tavolo riferimenti (filosofici e musicali) chiari e diretti ma sfuggiva a slogan e a banali semplificazioni, senza tra l’altro sacrificare il suono ai contenuti. The Third Season porta il discorso più in là e lo fa inserendo elementi improvvisativi che dissolvono le strutture date:  tutto è in continua mutazione, segno che il punto di arrivo non è, non può essere, la costruzione di un nuovo ordine, ma la pratica di uno stato di cambiamento permanente; è in questo che appare ancora più politico del suo predecessore: qui molto spesso il contenuto è il suono stesso. Da un lato quello che caratterizza il disco è il dialogo, che avviene su più livelli, fra strumenti sintetici ed elettrici, voci umane e campionate, musiche originali e melodie prese da dischi del tempo che fu, ritmi sincopati e cadenze ipnotiche, rumore trapana-orecchie e aperture psichedeliche. Dall’altro sembra di poter leggere una ripartizione che porta ad alternare brani metronomici e convulsamente rumorosi (The Book Of The Year, I Dreamed I Saw Mark P Last Night, Die Gedanken Sind Frei, roba da Skin Graft o Trance Syndacate), con altri dove la gli strumenti sono liberi di improvvisare (Per Non Mai Dimenticarmi ,Nobody Konows You When You’re Down And Out) alla ricerca di un difficile equilibrio che viene trovato alla fine, coi quasi otto minuti della splendida Cerambice, dove tutto ciò che si è ascoltato finora converge e si sublima. Ma prima di arrivare qui, circa a metà del lavoro, avevamo trovato Federico Ciappini tornato per regalarci Avevo Cose Da Dire, un altro inno individualista, tragico e determinato, con l’ultimo verso (Ci sono cose più  importanti/Quali sono le cose più importanti?/Ci sono cose più importati/E allora?) che rimanda agli Uncode Duello e chiarisce quale sia una delle eredità che in questo disco vengono sviluppate. Le altre possono essere trovare nel catalogo (ma forse più nello spirito) delle etichette che abbiamo citato e in certa “wave” molto “no”, ma The Third Season è un disco che a quei suoni e ispirazioni attinge per calarli nell’oggi: la terza stagione è adesso.

EMILIANO ZANOTTI 

SANDS ZINE


Era una terra di nessuno, stesa fra il morente zarismo e il nascente bolscevismo, quella in cui agiva Nestor Makhno.
Allo stesso modo lo è quella in cui scorrazza il progetto solitario di Paolo Cantù che, in piena libertà, si incastona fra post punk e noise. Ma, a differenza dell’anarchico russo che dovette combattere su due fronti, il coleottero lombardo flirta con i due, e anche con altri, vicini di casa.
“The Third Season” in realtà è una seconda stagione che fa seguito alla primavera di “Silo Thinking” e, come tale, appare asciutto e torrido. È una falce che mozza la testa al grano, un martello che deflagra picchiando sull’incudine, un’onda marina che spazza la battigia e schiaffeggia le rocce. È l’industrial che, raggiunta l’età matura, si fonde con la tradizione rock. C’è una forza primitiva, viscerale e selvaggia in tutto questo: Jerry Lee Lewis che pesta con i piedi la tastiera, Hendrix che violenta la chitarra, F.M. Einheit che spacca mattoni …
Cantù potrà apparire accidioso in questa sua sdegnosa solitudine, il solo Ciappini è chiamato a prestare la voce in Avevo cose da dire, ma in realtà è solo figlio di tempi nei quali ogni idea collettiva è prossima al collasso.
Non so se sia il caso di attendere anche l’esplosione di colori dell’autunno e la temperatura glaciale dell’inverno, perché è probabile che oltre il tempo delle mele non vi sia realtà futura.
Da segnalare, segno di grande stima nei confronti di Cantù, la fenomenale cordata che ha preso parte alla produzione del disco.


THE NEW NOISE
Urticante, animalesco, così si presenta The Third Season, seconda prova lunga solista di Paolo Cantù dopo Silo Thinking: l’apertura di “The Book Of The Year” ripesca chitarre arcigne che sanno di rancidi Arab On Radar, e si torna ai Novanta, quelli di un mai sopito orgoglio noise, anche tutto italiano, perché no? Si tratta di un mondo che Paolo ha frequentato sempre da battitore libero, prima coi leggendari Tasaday, e poi in combutta con A Short Apnea, Six Minute War Madness e Uncode Duello. La mattanza rumorosa provocata dalla sua sei corde condiziona l’intero disco, va detto, basta solo che abbiate il coraggio di porre le orecchie su queste basi che sanno di electro-rock deviato, “I Dreamed I Saw Mark P. Last Night”, o sulle diaboliche tentazioni “pop” della storta e cantautorale “Avevo Cose Da Dire” (alla voce l’isterica performance di Federico Ciappini dei Six Minute War Madness), che si perde in grosse pozzanghere di feedback. Sul secondo lato spiccano la marcia elettrica di “Do Not Let The Olive Branch Fall From My Hands”, ma soprattutto la potenza esecutiva della finale “Cerambice”, un blues slabbrato e affascinante, il grado zero della sua musica forse, come Captain Beefheart con le convulsioni, il che è tutto dire, no? Grazie a questo brano risalgono parecchio le quotazioni di un album comunque intrinsecamente onesto, per quanto contenente sonorità piuttosto debitrici di un suono legato a “quel” periodo, mettendo addosso una bella sensazione di “sporco musicale” che non si lava più. Un esempio di coerenza come pochi ce ne sono in giro.  
Maurizio Inchignoli 

BEACH SLOTH
Makhno – The Third Season 7.9

Makhno’s “The Third Season” comes across as a mixture of punk and Pan Sonic. Incredibly confrontational this is brutal music. Rhythms do not keep time they throb. Lyrics are shouted and are difficult to decipher. Everything is covered in thick grime and everything is distorted to hell. Within this format the songs manage a degree of success in terms of catchiness. However harsh the sound might be the riffs are memorable and melodies do emerge out of the undeniable sonic chaos.

                Synthesizer distortion opens on “The book of the year” before the chaotic drums take over and bleating guitars make their way to the forefront. Remarkably disciplined the piece does not let up for anything. “Per non mai dimenticarmi” takes a moodier tone letting the pulse like rhythm add a sense of anxiety to the proceedings, alongside the jagged guitar work. Coming out of some late 70s No Wave nightmare is the beast “I dreamed i saw Mark P last night”. By far the highlight of the album it is the right level of sleaze and panic. On “Avevo cose da dire” they continue down this path sounding akin to a long lost Throbbing Gristle track. Things move into surreal territory on the cryptic “Do not let the olive branch fall from my hand”. Ending things on an undefinable note is the hectic surreal ode “Cerambice”.

                The Third Season is what happens when a band completely and utterly loses it. It is a beautiful thing indeed.


TERAPIE MUSICALI

L'avevamo richiesto ad alta voce dopo la prova epica di SILO THINKING: Paolo Cantù doveva tornare senza se e senza ma per dare un seguito a quell'ottima polveriera di elettro-noise grezzo e dissonante che ci aveva catturato per titanica tragicità e necessaria alienazione anarchica. Formulata la domanda Makhno ha risposto. Con una nuova sfida che non replica le precedenti gesta, ma ne affronta il lato più oscuro e feroce. Ancora una volta in solitaria, libero da facili distrazioni e pericolose mediocrità. THE THIRD SEASON è la naturale evoluzione di un percorso che per Cantù si snoda secondo una logica del tutto spontanea lungo le strade della sperimentazione e del non scontato, percorsi a cui ognuno può approcciarsi in maniera libera e a suo modo unica quando non irripetibile. Per capire l'essenza di questo nuovo lavoro noi vogliamo focalizzare l'attenzione sull'immagine riprodotta in copertina, quella di una cerambice, coleottero a rischio di estinzione il cui interessante stato evolutivo prevede tre fasi di muta, ognuna ragionevolmente indipendente nella sua essenza eppure al tempo stesso ugualmente propedeutica per il grado successivo. Una evoluzione che "ragiona" anche in natura per compartimenti stagni, ma che al contempo tesse trame geneticamente profondissime per dare continuità ad un cambiamento che è prima di tutto vita; una continuità come quella replicata da Cantù in studio e che l'opener The Book Of The Year è in grado di riallacciare con il capitolo discografico precedente attraverso il suo sfrontato sferragliamento noise-punk, snervante e rumoristicamente diretto, scheggia diversamente piacevole nella sua morbosa attitudine distorta. Un trait d'union rivisitato poco dopo nell'incedere claudicante e nero di Per Non Mai Dimenticarmi in vista dell'ipnotico blues modificato I Dreamed I Saw Mark P Last Night, litania di meccanica industriale per soli strumenti e recordings alla periferia dell'antico impero d'Occidente, in un tripudio di luci al neon e dissoluzione culturale. Poi, seppur dato per morto, ecco in lontananza avanzare malconcio, ferito, ma sempre determinato e fiero il nostro generale Custer, l'indomito e caustico Federico Ciappini, questa volta intento a raccontare l'isolamento, l'alienazione dell'individuo, del suo sciocco e infetto parlarsi addosso morbosamente psicotico, insulso, vuoto e insensato, portando alla luce attraverso le crepe di una esistenza apparentemente perfetta il sommerso tormentato della lucida Avevo Cose Da Dire. Un bilancio provvisorio che ci vede vittime di un incubo riscattabile solo grazie alla libertà di pensiero fermentata nella cupa rivisitazione post-industriale di Die Gedanken Sind Frei, protest song a suo modo gemella dell'esortazione-mantra Do Not Let The Olive Branch Fall From My Hands (tratta da un discorso di Yasser Arafat alle Nazioni Unite nel 1974) mentre la mente ancora cogita (Nobody Knows You When You're Down And Out) e la fase intermedia della cerambice volge al termine. Nel conclusivo brano omonimo le chitarre e le frastagliate chincaglierie metalliche di cui Makhno si avvale esplicitano, evocandolo, lo sforzo, la tribolazione, la fatica fisica, perfino il temporaneo panico dell'insetto che sembra annaspare tra le maglie del proprio esoscheletro prima di raggiungere lo stadio adulto, abbandonando lo stato larvale e quello di mezzo in favore della sua terza stagione. Il conflitto diventa così mezzo di crescita; la difficoltà iniziale di una scelta obbligata una scalata verso la comprensione e la maturità. Cantù racchiude questo sapere nelle musiche assemblate una volta ancora facendo incontrare le proprie esigenze espressive a quelle altrettanto personali dell'individuo per un ascolto che renda protagonisti entrambi i soggetti. Una esperienza di vita in cui riconoscersi, bilanciando tensioni e stimoli creativi, prima magari di scomparire dalle dinamiche del quotidiano senza lasciare rimpianti.
Andrea Barbaglia

FRASTUONI

Ci sono dei nomi che viaggiano negli anni in una sorta di dimensione parallela, insensibile alle tendenze, alle scene, estranei ai concetti di successo, declino e stasi. Nomi alimentati dal solo fuoco della passione, in essi ed in chi li segue, nomi su cui, in somma, si può fare sicuro affidamento, a prescindere da episodi felici o momenti più intelocutori. Incipit perfettamente adatto, ovviamente, al lavoro su cui spenderemo le nostre parole, lavoro dietro al quale c’è un leggendario uomo solo al comando, da più di 30 anni sulle scene, membro fondatore di band quali Tasaday, Afterhours, Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello. Parliamo di Paolo Cantù e del suo nuovo lavoro a nome Makhno, The Third Season. L’approccio è violento, e The Book Of The Year è il biglietto da visita; gran pezzo potente ed acido, percussioni dal sapore ferroso ed epiche declamazioni annegate in mari di feedback. Si prosegue con sonorità postindustriali ed un costante senso di angoscia epica, al centro della preparazione alla battaglia di Per Non Mai Dimenticarmi, trascinata in ettolitri di strida metallici fino alla fine, in attesa di una deflagrazione che non avverrà. L’orgia rumorista di I Dreamed I Saw Mark P Last Night vive di chitarre acide e vocalizzi infernali, mentre la voce di Federico Ciappini, gà nei Six Minute War Madness al fianco di Cantù, apporta una linea narrativa angosciante alla successiva Avevo Cose Da Dire, che procede precisa come un treno d’altri tempi, poderoso ma lento, pezzo che attacca il cervello ma finisce per agitare lo stomaco. Probabilmente l’apice del disco. Si tira un po’ il fiato, compreso l’interessante episodio di ambient noise di Nobody Knows You When You’re Down And Out, per tornare in pieno territorio acido con la fine del disco, che si chiude con la lunga jam Cerambice ancora col supporto alla voce di Ciappini.
Il disco, ma nessuno si aspettava il contrario, non è certo catalogabile come di facile ascolto, e, a parte qualche episodio più immediato, The Book Of The Year e Avevo Cose Da Dire su tutti, merita una trasposizione live ed una empatia sonora che siamo certi sarà naturale. Sperimenteremo, per ora lunga vita a Cantù!
Luigi D’Acunto


SENTIRE ASCOLTARE 

Dicevamo di Silo Thinking, “l’esordio” di Paolo Cantù dietro la sigla Makhno, che era un disco di “rock mutante e mutato, sperimentale senza perdere la radice rock, dai forti umori nineties ma aperto al futuro, alla compenetrazione di input, alla contaminazione finalizzata al messaggio”. Discorso simile si potrebbe fare per il ritorno dell’ex Tasaday, Afterhours, Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, in una parola un personaggio chiave per gli sviluppi di un certo modo di intendere il “rock” italiano e che giustifica quelle virgolette sopra riferite a Silo Thinking.
The Third Season è un album che riprende esattamente da dove finiva il predecessore: in un tripudio di chitarre acide e in modalità grossomodo noise-rock con tendenze industrial, che però non deve far pensare a un rimastino d’epoca perché non suona affatto così. Tanto meno si deve pensare a un revivalistico e nostalgico guardare ai tempi in cui si era giovani e forti: questo disco va affrontato invece come la naturale evoluzione di un musicista cresciuto con e dentro quei suoni e evolutosi secondo un percorso laterale, alieno rispetto alle dinamiche dell’oggi, solitario ai limiti dell’autocastrazione. Cosa che ce lo ha in pratica conservato puro e, magari, pure duro, per rimanere in ambiti di slogan d’antan.
Sia come sia, questa terza stagione dell’epopea Cantù – non sappiamo quanto voluta, ma ci piace assai pensare ad una sorta di nuova rinascita – fila dritta come un treno, tra chitarre imbizzarrite, drum machines selvagge a far da scheletro a fughe ossessivamente rumoriste (I Dreamed I Saw Mark P. Last Night), slow rock industriale (Die Gedanken Sind Frei), campioni vocali di matrice militante o tratti da pellicole d’epoca (fanno eccezione Avevo Cose Da Dire, un ultra industrial-punk groovey e malato, e Cerambice, minisuite acida e rumorosa, con testo e voce del sodale Federico Ciappini), scomposizioni e ricombinazioni (Per Non Mai Dimenticarmi sembra una specie di A Short Apnea in versione piena) che, si sarà intuito, variano molto il canone “noise-rock” alla base del lavoro, fino a trasformarlo in un pretesto. La vecchia guardia difficilmente tradisce le aspettative.

STEFANO PIFFERI


L'ULTIMO BUSCADERO
Lino Brunetti 

INYOUREYES ZINE


Ritorna la one man band di Paolo Cantù, già membro di gruppi come Tasaday, Afterhours, Six Minute War Madness, A Short Apnea ed Uncode Duello, e che ha inoltre suonato con mille altre persone, arrivando ad essere una delle figure principali della cosiddetta scena alternativa musicale.
Come solista esordisce con quattro brani in “Phonometak 10” della Wallace Records, anno di grazia 2012, per poi dare alle stampe l’anno dopo il debutto su lunga distanza “Silo Thinking”, seguito poi dal 7” in collaborazione con Hysm? Duo.
Paolo aka Makhno è totale sperimentazione, scarnificazione della melodia, eliminazione della musica come intrattenimento o fruizione casuale, ma è totale identità di sensi con il proprio, muzak che ci ronza nel cervello.
Il disco è stato, come i precedenti, suonato, registrato e mixato totalmente da solo, senza avvalersi di nessuna produzione, ma solo della collaborazione alla voce di Francesco Ciappini dei Six Minute War Madness in Avevo Cose Da Dire e Cerambice.
The Third Season
richiede un coinvolgimento nell’ascolto, essendo totalmente diverso rispetto alle cose che possiamo sentire comunemente.
Makhno
è un sentire differente, un trasposizione situazionista delle nostre vite musicali e non solo.
Qui si trova quel modo di fare musica che passa oltre le mode, fedele al rumorismo e alle sensazioni acustiche, veramente meta musica.
Uscita esclusivamente in vinile.


MASSIMO ARGO 


ONDAROCK

Il multistrumentista sperimentale Paolo Cantù vanta un invidiabile curriculum nel rock italiano: ha intrapreso l’avanguardia della new wave tricolore con il collettivo Tasaday, ha svezzato i primi Afterhours, ha dato vita con Xabier Iriondo ai Six Minute War Madness, con cui ha successivamente condiviso due dei più interessanti progetti rumoristi, A Short Apnea e Uncode Duello. A questi vanno aggiunte tante e tante onorevoli collaborazioni in progetti altrui.
Così come per il compare Iriondo (il suo primo vero album solista in anni, “Irrintzi”), anche per Cantù nel 2012 viene il tempo di correre da solo. A nome Makhno realizza così un primo “Silo Thinking”.

Meglio ancora, il secondo “The Third Season” è una sorta di ritorno alle sue radici industrial. Le sue tecniche miste riescono a svirgolare balletti isterici e putrescenti come “The Book Of The Year”, “I Dreamed I Saw Mark P. Last Night” e “Do Not Let The Olive Branch Fall From My Hands”.
Così la tachicardia di “Per non mai dimenticarmi” si affanna in chitarre epiche, e uno dei pochi brani cantati, o meglio strepitati, “Avevo cose da dire”, s’incendia d’ultrapsichedelia. I suoi incubi industriali più spinti sono comunque “Die Gedanken Sind Frei”, con la finezza di arabeschi elettronici dispersi in mezzo al caotico tribalismo meccanizzato, e “Nobody Knows You When You’re Down And Out”, con sincopi free-jazz.

Una collezione di brani senza reale svolgimento e anzi debordanti nella confusione, che trova culmine e simbolo - nel bene e nel male - negli 8 pretenziosi minuti di “Cerambice”. Genialità urgente confezionata in solitaria, affrancata soltanto dal compare Federico Chiappini alla voce, cantante dei gloriosi Six Minute, co-prodotta con Wallace, la sua personale Neon Paralleli, Bloody Sound Fucktory, Villa Inferno, Hysm?, Brigadisco, Il Verso Del Cinghiale, Xego, Onlyfuckingnoise.
Dopo tanti anni di gran lavorio sotterraneo, per il compositore è un punto di approdo e un punto di (ri)partenza. Preceduto da un mini split di cover con gli Hysm?Duo (“Nevagadaz/ She’s Beyond Good And Evil”, 2014).

Michele Saran

 
TRAKS 

Paolo Cantù è uno dei nomi importanti della musica italiana, in virtù della partecipazione a progetti come Tasaday, A Short Apnea, Uncode  Duel, Six Minute War Madness, Afterhours.
Quando suona da solo, Paolo diventa Makhno e si cimenta pressoché con ogni strumento che gli possa capitare in mano, com’è capitato con The Third Season, disco che può contare su otto tracce in cui noise, post rock, industrial si fondono in una colata sonora quasi omogenea.
The Book of the year, che apre il disco, potrebbe essere da un certo punto di vista una parodia distorta di una canzone rock: ritmi accelerati e qualcosa che assomiglia a bridge, ritornello, assolo. Ma tutto suona filtrato, accelerato, distorto.
Per non mai dimenticarmi disegna i propri tracciati elettrici attorno a un battito accelerato e molto insistito. I dreamed I saw Mark P last night ha ritmi più contenuti ma un lavoro di tessitura altrettanto cospicuo.
Avevo cose da dire, curiosamente, ricorre al cantato per parlare di incomunicabilità (la voce è quella di Federico Ciappini, l’unico ammesso a violare il solipsismo di Cantù).
Die Gedanken sind frei (cioè “I pensieri sono liberi”, riferimento a una canzone tedesca di inizio Ottocento) apre il lato B del disco (pubblicato in vinile 12″) con una progressione tenace e continua.
Nobody knows when you’re down and out prova a cambiare orizzonte, con un inizio quasi sommesso e un suono di chitarra un po’ meno sporco.
Perciò è quasi normale che le cose si aggroviglino in Don’t let the olive branch fall from my hand, citazione da un antico discorso di Yasser Arafat alle Nazioni Unite, contornato da contorsioni sonore particolarmente caotiche.
Più contenuto il noise di Cerambice, lunga sessione finale a base di fluidi sonori, acidità di chitarra e tosse insistita.
Incide nel vivo, Paolo Cantù, e anche in ciò che vivo non è ma potrebbe sembrare: tra citazioni curiose e panorami sonori per lo più inquietanti, consegna alle stampe un disco molto turbato ma anche di concreto interesse.

FABIO ALCINI 


KATHODIK 

Dietro il nickname di Makhno si cela Paolo Cantù factotum, polistrumentista e unico membro di questo progetto. Cantù non è un personaggio nuovo nella scena underground Milanese e non solo, dato che tra i tanti progetti a cui ha dato vita ne ricordiamo soltanto due Afterhours e Six Minute War Madness.
“The third season è il suo secondo Lp firmato Makhno, ma con questo nome ha anche pubblicato un paio di Ep.
Cantù ha suonato proprio tutto, vale a dire chitarre, basso, batteria, voci, drum machine, clarinetto, keyboards, nastri, elettronica e si è occupato anche della registrazione e del mixaggio. Unico ospite in un paio di brano è stato Federico Ciappini, anch’egli ex SMWM.
Il disco è collocabile nell’indie sperimentale italiano. Il disco è molto ragionato e i brani, nonostante le tante divagazioni hanno un filo logico e svolgono un percorso dialettico.
Il noise, in tutte le sue sfaccettature, in particolare quello industrial, è molto presente, vuoi quando sfocia nell’hardcore (Do not let the olive branch fall from my hands), vuoi quando diventa nervoso e percussivo (I dreamed I saw Mark P. last Night). In questo contesto si rivela strano un brano come Per non mai dimenticarmi, che resta sostanzialmente teso e ansioso, mentre in Die Gedanken sind Frei si respira un’aria greve e drammatica.
Un lavoro in grado di dare ossigeno al filone delle sperimentazioni. 


VITTORIO LANNUTTI 


UNDERGROUND ZERO 

Depuis la fin des années 80 Paolo Cantù aka MAKHNO propulse son savoir créatif bruitiste  dans diverses formations. Après le LP  "Silo thinking" en 2012  qui déjà révélait son univers tendu et en perdition, le nouveau "The third season" enfonce le clou ... 
Le travail d'expérimentations, le fond, la forme sont une preuve que Paolo Cantù détient une identité artistique faisant écho aux recherches du peintre et compositeur italien Luigi Russolo qui écrit en 1913 le manifeste : "L'Art des bruits"  (L'Arte dei Rumori), qui pose les bases conceptuelles du bruitisme qui veut que la Révolution industrielle aurait accru la capacité de l'homme à apprécier des sons complexes ...
Pour prendre la dimension artistique du projet, il faut savoir que son nom est une référence au fondateur de l'Armée révolutionnaire insurrectionnelle ukrainienne , communiste libertaire adepte de l'action directe et de la lutte armée ( N.M ) co - auteur en 1926 de  la : « Plate-forme organisationnelle de l’union générale des anarchistes » qui constitue une des tentative  de redresser l'anarchisme, qui tend à se scléroser et à se vivre  comme un milieu culturel plutôt que comme un mouvement politique ...
RUGGINE , RUMORE , RUGGINE , RUMORE voilà ce que semble scander la musique tout au long de l'album , pensées grippées, broyées par les rouages sociétaux qui vont à l'encontre de l'Humanité. La déconstruction, l'aliénation qui s'en dégage  agrippent votre subconscient, pour le tenir par les couilles en attendant que vous preniez la décision ... de laisser vivre ou  mourir vos idées, vos convictions ... Pleine d'espérances évitant le pamphlet neurasthénique post apocalyptique. Peu d’œuvres d'art peuvent se targuer d'être dérangeantes et rassurantes à la fois. Un disque jusqu'au boutiste, qui vous fait vous regarder droit dans les yeux.





MAKHNO - SILO THINKING












DISTORSIONI Rock e Altri Suoni
Una sperimentazione sincopata e deragliata che si nutre di scorie noise, avanguardia elettronica, art rock, rivoli di blues deviato e torbido. Il primo lavoro solista di Paolo Cantù, musicista di provata esperienza, sulla scena undeground da oramai oltre un ventennio, risulta essere fedele al moniker scelto: emblema di anarchia e fedeltà incondizionata al proprio istinto -se vogliamo essere precisi- alla parte più selvaggia e svincolata nascosta nel proprio io. Tutti gli otto brani dell'album trasudano impellenza, voracità, frenesia creativa e allo stesso tempo sono fluidi e reattivi nel gioco instancabile delle libere associazioni. Abozzi di astrattismo neo primitivo come palpiti di viscerale, arcana reazionarietà, incontrollabile forza vitale. Convergono in "Silo Thinking", con omogeneità sbalorditiva, le innumerevoli incarnazioni e le sfaccettate complessità di Cantù: le abrasività vintage e rumoriste di Six Minute War Madness; i tapes recording di A Short Apnea; le intensità e il nervosismo strumentale da simbiosi interattiva e ricerca sonora  espressi in Uncode Duello; la cinematica industrial e tribale dei Tasaday.
Le impalcature ritmiche, i pattern rumoristi destrutturati e continuamente sovrapposti e stratificati, spesso dissonanti e costruiti su tempi irregolari, danno luogo ad una dimamica di interazioni, si irrobustiscono e pulsano, lasciano sempre impensabili spazi all'armonia di fondo, ad un ideale unitario. Custer, Zena, La Makhnovtchina sono decisamente inni di orgoglio e vigorosa autonomia identitaria che richiama la sferzante satira dei Pere Ubu e allo stasso tempo si riaggancia a trame di nientificazione metaforica che i Tasaday avevano eletto a bandiera ideologica. Ulrike, Father and son intrecciano la meccanica del disfacimento e dell' abbruttimento urbano con la resistenza tribale e ostinata. Sembra una lotta impietosa quanto eroica contro la spersonalizzazione. Poi c'è un meraviglioso omaggio ai Tupelo di Stiv Livraghi con la palpitante Stiv: oscura, graffiante, sanguinante e sporcata dei riverberi blues del clarinetto e dalle percussioni carnali e primitive.  Remember e Fine della storia si imbevono nell'essenza liquida e simbolista di Beefheart, sono corse forsennate di ricerca dell' essenziale, impregnate di vibrazioni e intuizioni che raccolgono riflessi di inesprimibile e intraducibile, scariche adrenaliniche, confluenze di caos riflesse da una eclettica lente deformante e da un indicibile istrionismo arty. Un disco assolutamente originale ed unico, spiazzante e inaspettato. Se esistesse un ipotetico tavolo delle scommesse in nero dedicato all'alternativo di maggior pregio ci punterei tutto, pure la biancheria intima.
Romina Baldoni

 
BLOW UP
Canti di battaglia, di lotta alla banalità dell’esistenza, in rivolta contro la passività. Makhno è il progetto solista di Paolo Cantù, ideale fusione di tutte le sue esperienze precedenti ( da Tasaday a Six Minute War Madness, da A Short Apnea a Uncode Duello) in un condensato di idee e emozioni che paiono scaturire dal nucleo stesso della sua personale ispirazione. Registrazioni grezze, operate in totale autonomia e contraddistinte dall’ accurato uso di nastri preregistrati che di volta in volta costituiscono gli elementi narrativi attorno ai quali ruota tutto l’impianto strumentale  (il sample della voce di Stiv Livraghi in Stiv, il frammento cinematografico di Remember), musica di un’anima messa a nudo, autentica e toccante. La Makhnovtchina ha l’incedere della marcia di guerra, la fierezza della giusta causa, dell’opposizione eroica ad un nemico che appare soverchiante ma non invincibile, Ulrike è una nube elettrica che avvolge la voce della Meinhoff in una sorte di evocazione medianica, Zena è una visionaria cronaca di tumulti su una danza macabra di riff distorti e batteria. L’atmosfera è da ultima sacca di resistenza: vivere o morire. Proprio come nelle parole di Federico Ciappini ( l’ex vocalist di Six Minute War Madness) nel brano di chiusura Custer:”…noi siamo così Paolo, circondati e senza alcuna speranza di salvezza…Dammi due pistole Paolo, che voglio morire come il Generale Custer.”
Massimiliano Busti

SODAPOP 
Makhno (nome di un anarchico ucraino già usato per una collaborazione fra Nicola Guazzaloca e Francesco Guerri) è il moniker dietro cui si cela Paolo Cantù e già questo fatto, insieme all’immagine di copertina, una porta di ferro chiusa da un lucchetto, ci dice qualcosa sulla poca voglia di apparire del personaggio. Un personaggio che pur avendo militato in alcuni dei gruppi più importanti della penisola, dai pionieri industrial Tasaday alla prima incarnazione degli Afterhours, ai seminali A Short Apnea, a tutte le formazioni più recenti, si è sforzato, riuscendoci, di mantenere un profilo basso, arrivando all’esordio solista appena qualche mese fa nel 10” della Phonometak Series. Ora, se avremo la forza di scardinare quella porta di ferro, ci troveremo al cospetto di uno degli album più intensi degli ultimi tempi, edito in vinile da un quartetto di etichette.
Abbiamo già notato come Cantù sia complementare al compagno di tante avventure Xabier Iriondo e tanto il disco solista del secondo è ricco di ospiti, quanto questo è realizzato in completa solitudine, fatto salvo per un brano. Sempre rispetto a Irrintzi, Silo Thinking è un lavoro maggiormente coeso, frutto di un’operazione di sintesi che si presenta come una tappa importante nella carriera di Cantù, e non semplicemente perché ne costituisce l’album d’esordio. Musicalmente è questo un disco di chitarre sature, mutuate dall’industrial degli albori che, su basi ritmiche ripetitive, si intrecciano con altre, più soniche e melodiche con rari inserti di clarino. Non siamo troppo lontani, per capirsi, dagli Uncode Duello di Tre, ma qua il discorso viene sviluppato e ampliato. Stilisticamente, Silo Thinking è un disco di moderno noise-rock che rifugge la forma canzone, ma che non rinuncia a gettare un ponte verso l’ascoltatore meno avvezzo a questi suoni, grazie a melodie orecchiabili (La Makhnovtchina) e riff di buona presa (Ulrike). Infine, dal punti di vista lirico, è un disco di nomi propri, di persone (Ulrike, Stiv, Custer) e di città (Zena), ognuno dei quali porta con sé parole che fanno incrociare la Storia con la s maiuscola a quella personale, in un dialogo continuo fra passato e presente. Cantù si espone raramente come vocalist: si divide tra cantato e parti recitate, ma più spesso si serve di campionamenti. Le parole sono quasi sempre parole di lotta: la Congiura delle polveri del 1605 ricordata all’iniziale Remember, il canto anarchico de La Makhnovtchina irrobustito dalle chitarre, la voce di Ulrike Meinhof in Ulrike, le manifestazioni del giugno ’60 nel colorito racconto in dialetto genovese di Zena, con un finale epico che dà i brividi. Nella seconda parte sono le vicende più personali a venire alla ribalta, con la voce dello scomparso Stiv Livraghi dei Tupelo in Stiv, la vorticosa Father And Son o l’orgogliosa rivendicazione di Fine della Storia. La summa di tutto, conclusione che lascia aperte mille strade, è nel finale di Custer, con ospite alla voce quel Federico Ciappini che di Cantù è stato compagno nei Six Minute War Madness e occasionale collaboratore in A Short Apnea e Uncode Duello; un personaggio anche più schivo del nostro chitarrista che, le rare volte in cui si concede, fa rimpiangere la sua lontananza dalle scene. Solo a un ascolto disattento questo recitato di cinque minuti su base noise, potrà sembrarvi una copia dei Massimo Volume: Ciappini sfodera un testo ambiguo, in bilico fra delirio d’onnipotenza e sarcasmo nerissimo, spocchia e dolorosa presa di coscienza, interpertato magistralmente, toccando punte di autentica straniazione quando, sul finale, si rivolge direttamente a Cantù con un’invocazione disperata (“dammi due pistole, Paolo!”). Un brano mutevole, che ad ogni ascolto vi parrà significare cose diverse, e che chiude un disco complesso ma bellissimo, assolutamente da avere.
Emiliano Zanotti

SHIVER WEBZINE
Chi è Makhno? Makhno è il one man project di Paolo Cantù, musicista autodidatta, sperimentatore estremo della chitarra elettrica e di qualsiasi altra cosa gli capiti tra le mani. Dopo aver militato in alcuni dei gruppi più importanti della penisola, dai pionieri industrial Tasaday alla prima incarnazione degli Afterhours, passando per i seminali Six Minute War Madness e A Short Apnea, fino a tutte le formazioni più recenti, è sempre riuscito a mantenere un profilo basso, arrivando all’esordio solista appena qualche mese fa nel 10” della Phonometak Series, condiviso con l’amico di scorribande sperimentali Xabier Iriondo. Silo Thinking è la sua prima prova in completa autonomia. L’album in vinile 12″ esce in coproduzione con le etichette Wallace Records, Hysm?, Brigadisco e Neon Paralleli (dello stesso Cantù) e vede come unico contributo esterno la presenza di Federico Ciappini (Six Minute War Madness).
“Silo thinking è il termine inglese usato per definire il “pensare a comparti stagni”. Io ho utilizzato molto il “silo thinking” in momenti in cui i problemi da affrontare erano troppi e i rischi di non trovare soluzioni altissimi. Il riferimento è dunque molto personale, ma è anche un po’ la storia del disco e dei brani. Ho lavorato in modo da trovare per ognuno di loro una soluzione particolare, come se ogni episodio qui presente fosse un comparto stagno, anche se poi inevitabilmente (sia nel caso del disco che nella vita) ti rendi conto che le metodologie per trovare soluzioni, spesso, sono le stesse.”  Descrive così Paolo Cantù la propria avventura col nuovo disco, più di trenta minuti di ricerca, protesta, amaro ricordo ed estro creativo infinito; e così il mago Makhno si destreggia autonomamente fra chitarra, basso, batteria, clarinetto, elettronica e nastri, inscenando un disco di avant-noise, rock acidulo, senza negarsi sprazzi di industrial e contaminazioni storiche.
Canzoni-manifesto che filtrano avidità, forza, rabbia e urgenza: quello di Makhno non è un urlo aperto -come l’opera estrema di Iriondo col suo Irrintzi- piuttosto un’implosione interiore, selvaggia e sintomatica di un disagio sociale attualissimo, di una non- Storia lacerata, da nomi, luoghi e persone. Dalla liquida e ipnotica ”Remember” che ricorda la Congiura delle polveri del 1605 (fallito complotto progettato da un gruppo di cattolici inglesi a danno del re Giacomo I d’Inghilterra) in mezzo a lidi free-jazz distorti e psichedelici, ai ritmi à la Ulan Bator de ”La Makhnovtchina”, inno della resistenza anarchica ucraina guidata dall’irriducibile Nestor Makhno. Il post-industrial di ”Ulrike” si fa spasmodico e acido nel ricordare la giornalista e terrorista tedesca Ulrike Marie Meinhof. ”Zena” è un dipinto coloratissimo che racconta degli scontri avvenuti a Genova il 30 giugno 1960 contro il congresso fascista organizzato in città. Spettri rock ed esaltanti drone di chitarra riecheggiano un passato difficile in cui Cantù sembra sentirsi ancora prigioniero. La voce del compianto Stiv Livraghi, fondatore dei Tupelo, entra palpitante nell’oscuro turbinio carnale di ”Stiv”, marziale saluto all’amico scomparso nel 2000 in seguito ad un drammatico incidente stradale. Atmosfera tesissima per ”Father and Son”, un post-rock abrasivo e rumorista mentre gli otto minuti de ”La fine della storia” ricordano un desert-blues tiratissimo e vorticoso. La conclusione è affidata a ”Custer” che vede il primo e unico apporto esterno, quello di Federico Ciappini (ex Six Minute War Madness) che qui regala una voce narrante, fra allucinazione e violenza, per una nervosissima confessione a cuore aperto sulla feroce battaglia di Little Big Horn. Ai più potrà forse suonare come un impasto fra Massimo Volume e Offlaga Disco Pax… niente di tutto ciò: c’è una disperazione alienata e straziante, un sarcasmo tombale che avvicina il recitato di Ciappini a un violento assalto sonoro del miglior Carmelo Bene.
Quello creato da Makhno/Cantù è un fiume in piena, le cui acque straripano fra rock industrial sperimentale e noise, ma quel noise bello, fatto di chitarre sferraglianti un po’ Shellac un po’ Suicide. È anche un fiume di satira incattivita e tagliente a metà fra Pere Ubu e Jesus Lizard, incastonato in un’atmosfera ossessiva e meccanica. Silo Thinking è un album intenso e nervoso, come solo un album politico sa essere, con la sua voglia di partecipare e vivere l’obbligatorietà di una scelta. Fare politica è questo e la bellezza di prendersi la libertà di pensare e agire seppure stanchi e delusi da una società vecchia, arcigna e arida. Per concludere questo viaggio all’insegna della destrutturazione sonora e degli idealismi simbiotici, vi lascio alle parole di Ciappini nel finale dolcemente straziante di ‘Custer‘: ” Sento che noi siamo così Paolo, circondati e senza alcuna speranza di salvezza, e ciò nonostante valorosamente ci battiamo……noi discendiamo dagli dei e abbiamo il coraggio, la volontà, la forza delle nostre idee e conosciamo l’amore, l’amore che è una cosa meravigliosa, che è una cosa viva, che è una cosa immensa, come la nostra vita, come le nostre donne, come le nostre musiche e le nostre grida Dammi due pistole Paolo, che voglio morire come il Generale Custer”.
Beatrice Pagni

THE NEW NOISE

Arriviamo drammaticamente ultimi, ma in certi casi arrivare è già un buon risultato. Paolo Cantù è stato nei Tasaday, negli Afterhours, nei Six Minute War Madness, negli A Short Apnea e negli Uncode Duello. Ora, dopo anni, il primo progetto solista, che deve il proprio nome a Nestor Makhno, anarchico ucraino perseguitato dai reazionari e dai comunisti contemporaneamente. Ribelle odiato da tutti, insomma (agli anarchici succede sempre, vedi Rivoluzione Spagnola), un po’ come il generale Custer, che detestavo fino a oggi, ma che quasi mi vien da rivalutare nel vederlo lottare da spacciato nell’ultimo pezzo del disco (strano che non ci abbiano mai pensato i Death In June), reso capolavoro dalla voce dei Six Minute War Madness, un ubriaco Federico Ciappini (dammi due pistole Paolo! Dammi due pistole! Che voglio morire!).
Dal punto di vista musicale Silo Thinking prende le mosse dalle origini di Cantù: industrial, post-punk, no wave, noise rock. Su queste basi cammina (e non poco di frequente corre) dritto un sound volutamente ripetitivo, cartavetroso e devoto al clangore: una bomba sporca che lascia sfigurati ma vivi.
È un paragone provocatorio, e tra l’altro non s’incontreranno mai: se nella sua carriera volesse deragliare e buttarla in rissa, oggi farebbe uno squadrone assieme a gente del giro Riot Season come Hey Colossus, Todd e perfino Shit & Shine. Nel suo caso, però, c’è anche un aspetto testuale da non trascurare mentre si prosegue scalzi sui cocci del sound: sono molto interessanti, infatti, le registrazioni che sostituiscono ipotetici vocalist e raccontano storie di irregolari di ogni epoca e latitudine, così da svolgere uno dei compiti un po’ accantonati di certa sperimentazione: far riflettere non solamente sulla musica.
Ascoltatevelo e procuratevelo.

FABRIZIO GARAU
  


TERAPIE MUSICALI
""Silo thinking" è il termine inglese usato per definire il "pensare a comparti stagni". Io ho utilizzato molto il "silo thinking" in momenti in cui i problemi da affrontare erano troppi e i rischi di non trovare soluzioni altissimi. Il riferimento è dunque molto personale, ma è anche un po' la storia del disco e dei brani. Ho lavorato in modo da trovare per ognuno di loro una soluzione particolare, come se ogni episodio qui presente fosse un comparto stagno, anche se poi inevitabilmente (sia nel caso del disco che nella vita) ti rendi conto che le metodologie per trovare soluzioni, spesso, sono le stesse." Così parlò Paolo Cantù da Monza. Chitarrista per convenzione, suonatore a 360° per passione, orgogliosamente Makhno per scelta di vita, il protagonista delle eclettiche scorribande sonore di Tasaday, Six Minute War Madness, A Short Apnea e Uncode Duello, solo per citare alcuni ensemble musicali a cui ha donato la propria visione sonora, concentra oltre trent'anni di attività in altrettanti minuti spesi per definire in questa opera prima l'essenza e lo stile che ne hanno caratterizzato la carriera, in un continuo ed inesausto slancio creativo votato alla sperimentazione e alla ricerca del suono migliore; convogliato, "catturato", ma subito lasciato (ri)fluire attraverso l'uso controllato dei più svariati strumenti a propria disposizione. SILO THINKING è la conferma di tutto questo. A partire dalla più totale, solitaria autonomia esecutiva con cui la strumentazione è stata trattata. Basso, batteria, drum machines, voci, clarinetti, nastri, le immancabili chitarre, le registrazioni e perfino il mix: tutto qui fa capo al solo Cantù. Tutto parla di e per lui. Ne racconta la storia, confinata probabilmente al di là di quella porta under lock and key che campeggia in copertina. Ricordare diventa lo sforzo utile a ricostruire il proprio percorso. E noi, per farlo, forziamo, apriamo e spalanchiamo quell'accesso così tanto serrato. Con Remember inizia questo percorso intimo, di immagini e sensazioni che si credevano confinate in un angolo della memoria; le atmosfere dei Suicide prendono presto il soppravvento, ma sono potenziate da un intreccio chitarristico dissonante cui sottende una linea di pianoforte che andrà a chiudere questo primo, necessario, brano. Inno della resistenza anarchica ucraina guidata dall'irriducibile Nestor Makhno (da cui deriva il moniker del progetto), La Makhnovtchina diventa cantilenante ed ossessiva nenia tribale, frastagliata, robotica e meccanica, prima di cedere il passo al rock post industriale di Ulrike. Zena "è una cosa che ho trovato in rete, ed è appunto il racconto degli scontri a Genova del 30 giugno 1960 contro il congresso fascista organizzato in città" con un rimando ai migliori Fuzz Orchestra. Il lato A del vinile si chiude con Stiv, il fiero saluto all'amico Stefano "Stiv" Livraghi, leader dei Tupelo scomparso nel 2000 in seguito ad un drammatico incidente stradale. Le infinite possibilità che l'alternanza suono-silenzio regalano ci introducono il tappeto sintetico dell'esasperato dialogo a una voce di Father And Son. Fine Della Storia? No. Unica concessione esterna a questo documento sonoro privato, la voce familiare di Federico Ciappini cresce stentorea nell'impetuosa Custer, conferendole un alto senso di fatale partecipazione e titanica tragicità. Musica carbonara. Meravigliosa. E viva. E immensa. Come la nostra vita. Come le nostre donne. Come le nostre musiche e le nostre grida.
Andrea Barbaglia

BASSIFONDI Postfanzine
Pressoché inconsistenti sono le probabilità, che tale disco di Paolo Cantù, in arte Makhno, venga apprezzato, appurato e ‘viaggiato’ lungo tutti i suoi sentieri, allo scadere di un solo primo ascolto, di una sola prima impressione. Tanto quanto inconsistenti risulterebbero i tentativi di elencare le varie e intricate motivazioni, per cui l’ascolto di “Silo Thinking” (Hysm? / Brigadisco Records / Wallace Records / NeonParalleli, 2012) risulta meravigliosamente invadente e coinvolgente. Un album, che dato il forte interesse e fascino che suscita, incita alla scrittura e, ancor più, ad approfondire la vicenda Makhno, nei suoi risvolti non prettamente musicali, ma, più largamente, politici. Perché sembra proprio un risveglio improvviso di coscienza, quello che porta alla nascita di un disco di tal tipo; un risveglio dal sozzo sudiciume della (ir)realtà storica contemporanea. Un risveglio di coscienza, che permette di tessere un paragone con il percorso rabbioso, intrapreso dai Fuzz Orchestra, ma le similitudini, ritornando sui nostri passi e concentrandoci su un discorso musicale, terminano qua. Tuttavia, non sembra a noi minoritaria l’importanza, che andrebbe dedicata a tale sfaccettatura: la musica, che, in tempi di crisi esistenziali, si riappropria dei contenuti per dar vita a un fuoco fatuo, con cui poter incendiare le macerie abbandonate di quegli ideali, che le convenzioni di un passato opprimente hanno portato allo stato di ultimo degrado. “Ecco, io, spesso, mi sento così, sento che noi siamo così, Paolo. Circondati e senza alcuna speranza di salvezza, e ciò nonostante, valorosamente, ci battiamo con l’eccezione che i nemici non sono i coraggiosi Sioux, bensì una massa di stupidi, di ignoranti, di pecore, che obbediscono per paura. E sono pigri e indecenti e servi.” Poesia politica, futurista e popolare.

THE WHITE SURFER
E' praticamente impossibile parlare di Paolo Cantù senza tracciare un parallelo con la carriera di uno dei suoi più longevi compagni di viaggio, Xabier Iriondo: entrambi sulla scena musicale da oltre vent'anni, durante i quali hanno dato vita a molte delle band cardine dell'underground nazionale, dagli Afterhours ai Six Minute War Madness, dagli A Short Apnea agli Uncode Duello, passando per un'infinità di progetti minori; entrambi giunti all'esordio in solitaria solo ora, peraltro dopo un'anticipazione condivisa nel decimo ed ultimo volume della Phonometak Series, in cui gli artisti si spartivano i due lati del 10".
E' invece impossibile per me fare un confronto tra il disco in questione ed "Irrintzi", l'album di Iriondo, che non ho ascoltato. Cosa che non mi impedisce comunque di tessere le lodi di questo eccellente "Silo Thinking": c'è molto delle esperienze pregresse del nostro Makhno, a partire dai clangori industrial della chitarra (ecco i Tasaday) che spesso e volentieri si lancia in sferraglianti progressioni noise memori degli Shellac (Remember) e dei Novanta più noise e math.
Esplicito il messaggio politico sin dalla scelta del moniker, preso in prestito all'anarchico ucraino Nestor Makhno al quale è dedicata una versione noise - e qui L'Enfance Rouge ha fatto scuola - dell'inno La Makhnovtchina, e che continua con le successive Ulrike (Meinhoff, della banda Bader-Meinhoff), proto-techno a suon di drum machine e sei corde, e Zena, racconto antifascista d'epoca in dialetto genovese immerso in un delirio di percussioni e destrutturazioni chitarristiche (e qui sbucano le sperimentazioni degli A Short Apnea). Paolo Cantù si occupa di tutto: chitarre, basso, batteria, voce, drum machine, clarinetto, nastri. Campionamenti vocali a parte - tra i quali spicca il commovente omaggio all'amico Stiv Livraghi, frontman dei Tupelo e dei Playground (band dalle quali nacquero i lodigiani Satantango) morto in un tragico incidente d'auto - l'unico contributo esterno è quello di Federico Ciappini dei Six Minute War Madness nella trascinante (a onor del vero, i primi Massimo Volume potrebbero chiedere i diritti d'autore), conclusiva Custer, vera e propria dichiarazione di guerra alla mediocritocrazia oggi imperante.
Non corre invece il rischio di essere mediocre Cantù, che ci regala un album riuscitissimo nonché ottima sintesi di una carriera che pochi, in Italia, possono vantare.
Alessandro Gentili

JESUSMILE - FANZINE CICLOSTILATA
Makhno è il one man project di Paolo Cantù…bene potremmo anche finire qui.
Un’opera che continua il lavoro che questo personaggio chiave della scena underground italiana ha iniziato anni fa con i Tasaday e gli Uncode duello col compagno d’avventura Xabier Iriondo. Sperimentazioni di alto livello come non se ne vedono in altri ambiti culturali nel nostro paese, una chitarra che mangia la scena, tra la nausea e il disprezzo, ritmi precisi e grezzi accompagnano la voce di Cantù/Makhno, le registrazioni di Ulrike Meinhoff (Ulrike), la “politica” La Makhnovtchina (omaggio all’anarchico ucraino Nestor Makhno) o quella dell’unico ospite del disco, Federico Ciappini (Six Minute War Madness), in Custer.
Dire che Makhno è solo sperimentalismo e avanguardia è una semplice velleità. Silo thinking è un distillato di industrial e noise, rock acido ed elettronica, musica compatta, assortita e affascinante, piccoli e duri capolavori sbattuti dritti in faccia.
Se si fosse trattato di un duello con le spade, staremmo già sanguinando.
Clov
SENTIRE ASCOLTARE

Se parlavamo di disco “politico” per Irrintzi di Iriondo, non possiamo esimerci dal farlo per Silo Thinking. Dietro la sigla Makhno si cela infatti qualcuno che a livello musicale e non, molto ha in comune col chitarrista basco-italiano: quel Paolo Cantù che, guarda caso, aveva proprio condiviso con Iriondo l’ultimo volume della serie Phonometak per segnalare la prima uscita a nome proprio dopo una carriera ultradecennale con band di poco conto (commerciale) ma dall’infinito valore (ideologico-musicale): Tasaday, Afterhours, Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello tanto per limitarsi alle sigle più longeve. Vale lo stesso, identico discorso fatto per il sodale summenzionato. Cantù ha suonato e/o collaborato con praticamente tutta la scena avant/impro di matrice rock dell’ultimo ventennio.
Diversamente da Iriondo però, Cantù considera Makhno una questione privata. Zero ospiti, fatta salva la presenza alla voce e testo in un pezzo (Custer) di Federico Ciappini (anch’esso Six Minute War Madness), e non solo in fase di ideazione ma anche di registrazione e mixing. Con l’ausilio di chitarra, basso, batteria oltre a clarinetto, elettronica e nastri, Cantù/Makhno mette in scena un disco di rock mutante e mutato, sperimentale senza perdere la radice rock, dai forti umori nineties ma aperto al futuro, alla compenetrazione di input, alla contaminazione finalizzata al messaggio. Rievocazione di un passato collettivo – Stiv, con la dedica/omaggio al mai troppo compianto Stiv Livraghi (Tupelo, Playground) o Zena, riesumazione della coscienza ideologicamente schierata di un passato ormai preistorico – e, insieme, esaltazione del rock inteso come rielaborazione personale, della propria storia, del proprio trascorso.
Il crossover industrial-rock di Ulrike – sì, quella Ulrike Meinhoff la cui voce echeggia sull’acido delle chitarre –, lo spettralismo rock della citata Zena, tutto echi e sospensioni ad affossare un noise-rock minaccioso, la disturbante rendition del canto anarchico ucraino La Makhnovtchina, la scelta stessa della sigla, omaggio all’anarchico ucraino Nestor Makhno, dicono molto dell’idea politica, prima ancora che musicale di Silo Thinking.
Se poi, l’unico brano cantato – la citata Custer – si trasforma musicalmente in una sorta di aggressivo noise rock in tensione alla primi Massimo Volume e concettualmente in una sorta di rivendicazione esistenziale, fiera e disincantata, allora il senso del tutto si disvela.
Stefano Pifferi



Ondarock :Topic Ad Alto Tasso Di Contenuto: Makhno - Silo Thinking

Makhno è Paolo Cantù. Paolo Cantù è (stato) membro fondatore di Tasaday, Afterhours (se ne va nel 1990), Six Minute War Madness ma soprattutto - in combutta con Xabier Iriondo - di A Short Apnea e Uncode Duello. I due sanciscono la loro separazione qualche mese fa con uno split uscito per la collana Phonometak curata da Iriondo.
Entrambi hanno appena pubblicato i rispettivi (primi) album solisti: Iriondo a proprio nome ma chiamando a sé un nutrito stuolo di collaboratori (che non si sentono troppo, gliene va dato atto; resta il fatto che "Irrintzi" mi ha fatto schifo). Cantù al contrario si nasconde dietro la sigla Makhno e suona come una band, ma fa tutto da solo. E dei due è lui quello che prende il testimone sonoro di A Short Apnea e Uncode Duello (soprattutto sembra ripartire dall'ultimo EP dei secondi). Il solco da cui prende le mosse "Silo Thinking" è quello dei This Heat (lo è sempre stato per Cantù e Iriondo, se non altro nei modi): batteria spesso effettata e chitarre elettriche a dare nerbo, intrusioni elettroniche e manipolazioni di nastri e registrazioni vocali, spesso usate in luogo della voce "cantante", detriti post-punk e industrial. Ma a sentire l'opening track Remember mancherebbe solo il sax convulso di Ted Milton per apparentarla alle cose degli ultimi Blurt, quelli di "Cut It!". La Makhnovtchina porta in Francia, dalle parti dei cugini Cambuzat, tra Enfance Rouge e primi Ulan Bator. Ulriche è una techno elementare e ottundente, spasmodica e chitarrosa. Zena accosta in maniera surreale piatti sfarfallanti e dubbati e droni di chitarra ai toni enfatici di una cronaca storica d'epoca. Stiv prende la voce di Stiv Livraghi da Speedway Blues dei Tupelo e ci impianta sopra un turbinante collasso noise. Father and Son inizia atmosferica, poi nel suo caricarsi di tensione porta ancora oltralpe, dalle parti del post-rock nervoso, matematico e urticante degli immensissimi Bästard. Gli 8 minuti di La fine della storia si dividono a metà tra un blues desertico stiratissimo e cinematico e una seconda parte, ottima, in zona June of '44. La conclusiva, rock-technoide Custer vede l'unico apporto esterno, quello di Federico Ciappini (ex Six Minute War Madness) alla voce, recitante e allucinata. Impossibile non accostarla (ahi!,dirà qualcuno) a quella di Emidio Clementi (verso la fine c'è praticamente una citazione del ritornello di "Fausto"), ma i Massimo Volume questo livello di violenza e saturazione se lo sognano. Si sente che è il disco di una one-man band; se ne sente l'artigianalità e come tutto sia espressione di una singola personalità. Manca il senso di alterità proprio di una band vera e propria, i diversi apporti, manca insomma il duello con Iriondo. E sarebbe curioso vedere come questi pezzi suonerebbero in una veste più collettiva, magari dal vivo. Ma non per questo l'autarchia programmatica di Makhno è un limite. Semmai i 35 minuti di "Silo Thinking" sono l'ennesima e mai così nuda riprova di uno degli elementi più talentuosi e creativi dell'underground italiano o di quel che ne resta. Un disco semplice e pensato bene, breve e prezioso.

MUSIC ON TNT
Dopo meno di 15 minuti di ascolto sui 36 totali di questo Silo thinking, parlandomi ad alta voce, come nei più classici momenti di follia, mi sono semplicemente detto: “..zzo, Mirko (boss della Wallace Records n.d.r.) aveva ragione nel dirmi che questo disco mi sarebbe piaciuto…”. Certo… una concezione poco forbita di un soggettivismo estemporaneo, che a ragion veduta, dopo un plurimo ascolto, si è trasformato in un articolo oggettivo affacciato al mondo di Paolo Cantù e del suo one man project.
Il poliedrico musicista lombardo arriva dal mondo germinale degli Afterhours e dalla follia (non)melodica dei Six Minutes War Madness, esperienza fondante che lo ha portato all’interno di un vorticoso andamento sonoro, attraverso band underground come End of Summer e Uncode Duello.
Un viaggio lungo e diramato che la nostra rivista ha seguito con interesse nel tempo, sino al Phonometak 10, tracce d’anticipo di questo full lenght ottenuto anche grazie alla sinergia tra Wallace Records, Hysm?, Brigadisco e Neon Paralleli, le cui forze si ritrovano nell’incipit climatico di Remember. Il brano iniziatico, gestito da un ronzante suono ipnotico e disturbante, raggiunge sensazioni free jazz e distorsioni chitarristiche attraverso spezie space & psichedelic, unite alla tradizione passatista. Un interessante apice espositivo che subentra, assieme alla voce narrante, in una reale sensazione di retrò d’oltreoceano; una lingua rock, pronta a formarsi e deformasi appoggiandosi ad una base deviante che convince pienamente, proprio come dimostra il battente caos di Stiv e la filtrata voce in La Makhnovtchina , lontano viaggio alternativo, sapientemente strutturato nell’arco di una metodica scheletrica. Se poi Ulrike per certi versi sembra ricordare l’arte compositiva dei Muse, qui portata ad una parziale esasperazione su cinque accordi, di ottimo impatto appare il vernacolo genovese di Zena, in cui il back ground stravolge la narrazione d’epoca in un interessante scambio di ruoli tra voce e sfondo.
Ogni passaggio del disco sembra voler evitare la pressione verso un facile l’estraniamento musicale, formando adeguatamente lo stile di libertà compositiva che emerge con chiarezza nei lunghi spazi diluiti di Fine della storia in cui, tra imponenti silenzi e minimalismo strutturale, si fonde un anima 70 a ipnagogiche sensazioni rumorstiche, portate in dono ad una traccia scarnificata fino all’osso.
Un disco tribale e futurista, con una visione alternativa e tormentata di un mondo vicino a strumentazioni linguistiche scostanti e creative, capaci di introdurci in un mondo a metà via tra la Signorina Alos?, Sonic Youth e Offlaga Disco Pax
Loris Gualdi

ROCKON.IT
I percorsi musicali di Xabier Iriondo e di Paolo Cantù, che si cela dietro il nickname Makhno, si sono incrociati molte volte, il loro rapporto sembra quasi simbiotico. I due artisti milanesi, dopo aver creato band seminali come A Short Apnea e Uncode Duello, ma ancor prima avevano dato vita a una delle band dell’indie italiano più dirompenti ed interessanti, i Six Minute War Madness, e dopo aver condiviso uno split, adesso entrambi pubblicano i loro esordi sulla lunga distanza. Per quanto riguarda “Silo thinking” Cantù ci offre su un piatto d’argento un lavoro di noise industrial sperimentale ed imprevedibile.
Il disco è stato suonato quasi interamente di Cantù, dato che suona chitarre, basso, drum machines, clarinetto, e l’altro ex SMWM, Federico Chiappini scrive canta “Custer”, un brano sulla feroce battaglia di Little Big Horn, vibrante e nervosa. Commuove l’omaggio all’ex cantante dei Tupelo e dei Playground, Stiv Livraghi, morto in un incidente stradale diversi anni fa mentre tornava da un concerto, nel martellante blues-post-wave “Stiv”, nella quale viene ripresa la sua voce.
In questo disco c’è tanto noise a partire dal brano d’apertura “Remember”, con quelle chitarre sferraglianti che fanno convivere pacificamente Shellac e Jesus Lizard con il noise industrial. La straniante “Zena” ‘omaggia’ il governo Tambroni che nel 1960 permise al MSI di entrare al governo. Risulta accattivante “Father and son” per il modo in cui Cantù riesce a dare al brano una progressione rock sempre più macchinosa, tra circolarità avvolgenti che ci ricordano il meglio del noise degli anni ’90.
Insieme all’esordio (“Irrintzi”) del suo amico e collega Iriondo, questo è l’album dell’anno. Ma come per “Irrintzi” anche in questo caso sono state pubblicate poche copie in vinile, quindi affrettatevi a ordinarle.

Vittorio Lannutti

SANDS-ZINE
MAKHNO/SILO THINKING 
PHONOMETAK X
di Etero Genio
Non è possibile evitare confronti fra questo disco e “Irrintzi” di Xabier Iriondo (già recensito qualche mese addietro). In primo luogo perché i due hanno alle spalle un percorso comune, tanto da poter essere ben considerati come fratelli d’arte. In secondo luogo perché i due dischi, che per entrambi rappresentano l’esordio solista, escono a breve distanza l’uno dall’altro. In terzo luogo perché sia “Irrintzi” sia “Silo Thinking” vengono albinicamente pubblicati in vinile.
L’elemento centrale, a fare la ‘differenza’ fra i due dischi, sta nel fatto che mentre Iriondo allarga il suo punto di vista dalla tradizione musicale basca al rock, passando per il mondo dei cantautori italiani o della musica concreta, Cantù restringe sostanzialmente la sua visuale al solo universo del post punk. In una parola Iriondo usa il grandangolo, o meglio il fish-eye viste le immagini estremamente distorte che propone, mentre Cantù usa un teleobiettivo.
Come conseguenza, o magari premessa, Iriondo utilizza numerosi collaboratori mentre Cantù fa praticamente tutto da solo (unica eccezione nella recitato starfuckersiano di Federico Ciappini presente in Custer) utilizzando chitarre, basso, batteria, batteria elettronica, clarinetto e nastri.
Musicalmente fatto di un rock sferzante, martellante e nervoso – come detto i riferimenti stanno nel post punk, anche nella più lenta ballata strumentale che introduce Fine della Storia – il disco è pure estremamente ‘politico’, prendete la parola nel senso positivo del termine, e il forte impegno antagonista emerge sia nel moniker scelto da Cantù sia nei titoli dei brani.
L'ultimo titolo potrebbe far storcere la bocca - cosa mai ci incastra Custer con Makhno, Ulrike e con la Genova del 1960? - ma la voce di Ciappini rimette le cose nella giusta ottica. Non è infatti il Custer storico quello di cui si parla ma il Custer di un vecchio film. Non è il Custer massacratore di donne, bambini e cani cantato a suo tempo da Johnny Cash ma il Custer combattente che muore senza piegarsi alla preponderanza del nemico.
«Tra i ricordi che ho di quando ero bambino ce n’è uno che spesso ritorna e riguarda un film che vidi alla televisione una vecchia pellicola in bianco e nero che raccontava la storia del generale custer e terminava con lui a little big horn circondato dagli indiani cavalcando intorno al settimo cavalleria ne ammazzavano uno dopo l’altro e alzatosi in piedi l’ultimo a morire era proprio lui il valoroso custer che strenuamente combatté fino all’ultimo respiro ecco io spesso mi sento così sento che noi siamo così paolo circondati e senza alcuna speranza di salvezza e ciononostante valorosamente ci battiamo con l’eccezione che i nemici non sono i coraggiosi sioux bensì una massa di stupidi di ignoranti di pecore che obbediscono per paura e sono pigri e indecenti e servi mentre noi discendiamo dagli dei…».
Quello di Paolo Cantù finisce così per essere il sunto un cammino personale (anche artistico), magari fatto di delusioni e sconfitte, ma anche di cultura cinematografica e comunque segnato da determinazione ed estrema coerenza.
Ad accomunare ulteriormente i dischi di Cantù e Iriondo v’è la circostanza che entrambi i musicisti hanno effettuato le prove generali nell’ultimo 10 pollici della serie pubblicata da Wallace / PhonoMetak Laboratories e, a essere puntigliosi, proprio i due lati di quello split rappresentavano il loro vero esordio come solisti.
Nel lato di sua pertinenza, suonato comunque in solitudine, Cantù dava forma a quattro brani più d’atmosfera e di impostazione prossima a qualche vecchia chicca canterburiana, complice l’utilizzo di strumenti in grado di creare sottili infiltrazioni altromondiste quali sansa, organo e zither.
Nel lato B Iriondo si dedica alla valorizzazione delle tradizioni più popolari, elemento poi presente anche in “Irrintzi”, in montaggi fatti attraverso l’utilizzo di registrazioni naturali e vecchi 78 giri, corretti comunque con un moderato utilizzo di batteria, basso e chitarra melobar. L’utilizzo dei 78 giri sembra essere anche un omaggio conclusivo alla serie che, nel formati e nelle grafiche, si rifaceva proprio a quelle vecchie produzioni pre-vinile.
Bye bye Phonometak & Wallace Series.

 



PHONOMETAK 10













 
BLOW UP

La nuova uscita Phonometak (l’ultima) vede i due veterani Cantù e Iriondo dividersi equamente le facciate rispettivamente con 4 e due brani.C’è comunque un fil rouge che lega entrambi, ed è l’idea di interazione elettroacustica tra registrazioni etno/field e musica originale elettrica/elettronica. Quello che li distingue è l’elaborazione e la composizione dei dati messi in campo: nei pezzi di Cantù gli elementi etno suonano come un gioco di specchi, un arrangiamento (“suppellettile” sarebbe irrispettoso) giostrato nel mood scuro e circospetto delle note di chitarra e clarinetto (ma la limpidezza melodica di Cosmetic Cosmic City è pura struggenza), mentre Iriondo usa vecchie gommalacche a 78 giri di registrazioni “sul campo” (prewar pop, mondine) come corpo vivo quasi immacolato nella sua esposizione, salvo efficacissime entrate a gamba tesa di elettricità “rock” (The 78rpm Legacy)
Una delle uscite più preziose dell’intera serie.

Stefano I. Bianchi

SODAPOP

Decima uscita e capolinea per la serie in 10” di Wallace Records e Phonometak. Per il commiato le due anime degli Uncode Duello (ma già insieme in A Short Apnea, Six Minute War Madness e altri progetti), prossime entrambi all’esordio solista, si dividono i lati del vinile: su uno quattro pezzi di Paolo Cantù, sull’altro due di Xabier Iriondo.
Un personaggio come Paolo Cantù non può che ispirarci simpatia: tanto talentuoso quanto schivo, ha segnato con la sua chitarra alcune delle pietre miliari della musica italiana ai confini fra rock e sperimentazione. Nei suoi quattro pezzi si svaria da un blues scheletrico che potrebbe ricordare gli ultimi Madrigali Magri, ma con un tocco più morbido e lontane voci femminili ad addolcire il tutto (Huljajapole, Cosmetic Cosmic City) fino a complesse e riuscite commistioni fra ambient chitarristico, free folk e noise (The Big Bounce), arrivando a gettare un ponte fra Etiopia ed Estremo Oriente (Ityop’iya). Diametralmente opposto e per questo complementare, l’iperattivo Iriondo presenta due brani dalla struttura simile, dove campioni vocali, rumori trovati e vecchi 78 giri si sovrappongono (notevole il prewar dj set di The 78RPM Legacy), per poi venire annichiliti sul finale dalle’intrusione di chitarre distortissime, a volte drone, altre non troppo lontane dalle commistioni della Fuzz Orchestra. Sei pezzi che rappresentano un buon antipasto in vista dei rispettivi album solisti. Ma per due storie che continuano ce n’è una che si chiude, quella delle Phonometak Series, che per sei anni ha tenuto alta la bandiera della Wallace più coraggiosa e sperimentale. Speriamo che una nuova serie ne raccolga il testimone.
Emiliano Zanotti


MESCALINA

Dopo aver licenziato su vinile Zu, Mats Gustaffson, Paolo Angeli, Ovo, Sinistri, Damo Suzuki, Talibam! e Scarnella tra i tanti, Phonometak Lab e Wallace Rec. arrivano al traguardo della decima uscita targata Phonometak proponendo uno split tra il chitarristi Paolo Cantù e Xabier Iriondo.

Per chi segue il duo dai tempi di Six Minute War Madness, A Short Apnea e Uncode Duello sarà interessante una immersione nelle distinte anime dei due musicisti, divise tra primo e secondo lato della presente uscita: tribale e sottilmente psichedelica, ma senza essere meramente descrittiva, quella di Cantù, archeosofica quella di Iriondo. In realtà, a un ascolto più attento, le sfumature espressive dell’album dimostrano di esprimersi su più livelli e di riflettere un’attitudine creativa comune a entrambi i musicisti.

Huljajpole apre l’album con un rituale di accordi agrodolci, per accumulo e stratificazione di segni chitarristici, disposti nello spazio in modo da intrecciarsi con sparsi accenti ritmici e intrecci vocali come echi, incoraggiando una pratica di recupero di musiche altre che non ricorre alla retorica dei field recordings, per concentrarsi invece su una rielaborazione personale; sulla medesima linea, The Big Bounce vede un bilanciamento che mette in primo piano le percussioni, adeguatamente trattate a scomporre la dimensione di ascolto verso irregolarità e spigoli che fanno emergere la materia vocale prima di lasciare spazio a una coda di incanto acustico.

Cosmetic Cosmic City è invece un rock bottom più ancestrale, quasi un magnifico spurio proveniente da un’epoca che in molti credono a torto conclusa, a dimostrazione di come certi esiti siano frutto di una attitudine nei confronti dell’espressività artistica prima ancora che una questione di sviluppo diacronico della storia della musica contemporanea; mentre Ityop’ya, coi suoi flauti in reverse, le sue sculture di percussioni e gli intarsi chitarristici mostra come certe lezioni di etnica ‘avant’ siano state assimilate e pronte per venire restituite in forma, si sarebbe detto un tempo, ‘espressionista’.

Il ‘lato Iriondo’ apre con The78RPM Legacy, montaggio quasi archeologico di reperti discografici per una Anthology post moderna su cui si innestano ‘field recordings’ e acide screziature di chitarre;  l’afflato d’insieme tradisce un approccio alla materia sonora il cui diretto referente potrebbe essere il faheyano Requiem For Molly, con lo stesso effetto di scavo nell’archeologia, nella storia e nel ‘senso’. La finale Elektraphone Eta Euskaldunen Peloa Jokoa è una ambiziosa cosmogonia scandita da scene in cui suoni, effetti e registrazioni si mescolano, in una successione di contrazioni e espansioni, da cui si esce con la sensazione di aver assistito a un atto di consapevolezza e maturità capace di fare il punto su quanto sia possibile esprimere, oggi, in ambito di ‘ricerca’ sul suono.

Giampaolo Galasi


SHIVERWEBZINE

La paura ha il sapore dell’acciaio, è una lama sincopata che affonda nei suoni e li rende agonizzanti. Una tensione continua che pervade il nuovissimo volume, il decimo ed ultimo, degli split Phonometak. E dispiace essere giunti alla fine di questo progetto che nel corso degli anni anni è stato una fucina di nomi underground dediti agli sperimentalismi più impensati e sicuramente unici.

Pura avanguardia e sperimentazione sono le coordinate costanti della famosa serie gialla ideata dalla Wallace Records di Mirco Spino e Phonometak Labs. E in questo ultimo capitolo troviamo ben due esordi: si tratta infatti della prima pubblicazione dei lavori solisti di due chitarristi che hanno fatto la storia della Wallace Records e di una buona fetta di underground italico: Paolo Cantù e Xabier Iriondo sono state le chitarre dialoganti di Six Minute War Madness, Afterhours, A Short Apnea e Uncode Duello e dei primi e degli ultimi Tasaday. Ora si ritrovano di nuovo sullo stesso supporto ma ognuno a farsi gli affari suoi, da solisti per l’appunto, portandosi dietro un densissimo background. C’è libertà da ogni schematismo, improvvisazione e ricerca continua. Un gioiellino di puro avantgarde per gli amanti esploratori del corpo sonoro.
Paolo Cantù disegna il lato A del disco proponendo quattro tracce in cui la chitarra è una presenza costante: “Huljajpole” è un brano essenziale ed ammaliante che su arpeggi sintetici innesta suoni provenienti da terre lontane, quasi un canto etnico dell’Est Europa. Contorte percussioni introducono “The big bounce”, e l’atmosfera diviene frammentata, una sfera di vetro che esplode in mille pezzi. Piani acustici in sovrapposizione, loop di chitarra misteriosi e  manipolazioni elettroniche. Decadente estrosità in “Cosmetic Cosmic City” per un cantato macabro e sussurrato. Con “Ityop’iya” le percussioni si fanno metalliche, c’è polvere industrial e riverberi lontani. Grande chiarezza espressiva e massima ricerca, Cantù dimostra di saper essere un visionario razionalista.
L’altra faccia del disco porta il nome di Xabier Iriondo alle prese con sperimentalismi distorti e compulsivi. Due lunghi brani in cui i samples abbondano e l’elettronica si fa esplosiva. In “The 78RPM Legacy” Iriondo compone un collage di campionamenti di vecchi dischi, dialoghi, suoni impolverati, canti popolari e motivetti anni ’30. Collage che subisce un vero e proprio bombardamento acustico grazie a vortici lacerante e ritmiche disturbate. E con “Elektraphone Eta Euskaldunen Pelota Jokoa”, si vive la catarsi sonora: una messa in lingua straniera, archi nervosi, suoni barbari. Una trasudante furia instabile vicina alla pace, quella degli applausi finali.

Si chiude così il capitolo conclusivo di quella che è stata una scelta coraggiosa, di una spinta propulsiva verso ciò che è ritenuto inusuale, difficile. Vicini alla destrutturazione sonora, oggi preziosa e rara, Cantù e Iriondo hanno frammentato e poi proiettato nello spazio d’ascolto, fisico e mentale, il polimorfismo del suono, attuando un lento ma inesorabile accumulo di energia sonora. E si sono addentrati così in un’avventura musicale in forma libera e di impeto straordinario.

 (Beatrice Pagni)



ONDA ALTERNATIVA
La "Wallace Records" è una delle case discografiche indipendenti con il maggior per nella scena underground italiana, tra le sue file si possono vantare artisti tra i più originali e interessanti del nostro paese, tra cui Zu, Uochi Toki e Bologna Violenta.
Tra i progetti della Wallace vi è la pubblicazione, in collaborazione con i "Phonometak Labs", di una serie di split albume divisi tra un numero notevole di artisti.

Nel febbraio del 2012 si è giunti alla decima e ultima pubblicazione di tale serie, intitolata semplicemente "Phonometak 10".
L'album porta il nome di Paolo Cantù e Xabier Iriondo, compagni d'avventura in Six Minute War Madness, A Short Apnea e Uncode Duello (quest'ultimo anche attuale chitarrista dei più conosciuti Aferhours), i quali si dividono, con composizioni prettamente solistiche i due lati dell'album; a Cantù è affidato il lato A con le prime quattro tracce, mentre il lato B contiene gli ultimi due pezzi firmati Iriondo.
Phonometak 10 si rivela al pubblico come un disco di puro avantgarde, legato solo ed esclusivamente alla mera sperimentazione.
Cantù, armato di qual si voglia tipo di strumento, riesce a partorire delle composizioni libere da qualsiasi schema, con giochi di percussioni ("The Big Bounce") e di elettronica ("Huljajpole"), cantato sussurrato e misterioso accompagnato da echi decadenti e macabri di chitarra ("Cosmetic Cosmic City") e anche qualche accenno alla melodia, con flauti e sei corde ("Ityop'iya").
Sulla stessa lunghezza d'onda, ma con metodologia diversa è Iriondo il quale utilizza la tecnica del collage inserendo nei brani vecchia sezioni jazz in stile anni 30, canti di mondine, inquietanti quanto travolgenti spezzoni noise e ritmiche disturbanti.

Questo decimo capitolo della "serie gialla" chiude nel migliore dei modi un'iniziativa coraggiosa, ma dai risultati incoraggianti, un disco inusuale, certamente poco accessibile, ma di assoluto fascino.

Jacopo Gerardi



NERDS ATTACK

L’episodio #10 vede protagonisti Paolo Cantù e, non poteva essere altrimenti, lo stesso Xabier Iriondo. A dispetto delle loro molteplici sortite insieme che hanno prodotto tanta parte delle release di casa Wallace (Uncode Duello, A Short Apnea, Six Minute War Madness…), qui ognuno dei due cura singolarmente una facciata, comprese registrazione e mixaggio: il lato A è un buon assaggio delle qualità di Cantù che realizza quattro brani in cui suona non solo chitarra ma anche clarinetto, batteria, elettronica varia e pure qualche vocalizzo, spicca, non solo per il titolo, ‘Cosmetic Cosmic City’. Il lato B, invece, sembra quasi un divertissement, forse un omaggio di Iriondo ai futuristi, quantomeno in ‘The 78pm Legacy’, traccia in cui è rimandata la registrazione di qualche vecchio vinile assieme a vari field recordings. Quantomeno bizzarro, ma va bene così, per chiudere una serie che ha messo in gioco esponenti italiani e internazionali di musica decisamente non convenzionale. [ **1/2]

Piero Apruzzese

THE BACKSTREET OF BUSCADERO
Per il capitolo finale della serie si è, giustamente, deciso di giocare in casa: i titolari dell’ultimo split sono il proprietario stesso di Phonometak Labs, l’Afterhours e molto altro Xabier Iriondo, ed il suo compagno di mille avventure (Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, gli ultimi Tasaday), Paolo Cantù. Quattro tracce, sul primo lato, per quest’ultimo, due sul secondo per Iriondo. L’idea di partenza, qui, per le musiche di entrambi è simile, è sta nel far interagire field recordings e reperti etnografici con nuova musica di matrice avant rock/elettronica. Sono assai diverse, però, le modalità che i due utilizzano: Cantù, armato di chitarre, clarinetto, batteria, sanza, organo, zither, voce, electronics e tapes, utilizza le registrazioni del passato come elementi d’arrangiamento, quindi come parti di nuove canzoni vere e proprie, ottimamente orchestrate e musicalmente d’incredibile fascino. Iriondo fa qualcosa di diverso: prende vecchie gommalacche a 78 giri, con registrazioni di vecchi jazzettini, canti delle mondine, voci e ne fa dei collage su cui poi interviene con svantagliate noise e ritmiche sfrangiate e destabilizzanti, creando dei cortocircuiti tra passato e presente di notevole impatto. Una chiusa, insomma, davvero ottima per l’intera serie che, ci auguriamo, possa essere un giorno raccolta in un unico cofanetto, magari anche in CD.
Lino Brunetti

RADIOBOMBAY
L’ultima uscita per la serie gialla di Wallace Records e Phonometak Labs è affidata a due grandi chitarristi del panorama underground italiano. Il lato A del 10” è affidato a Paolo Cantù, il lato B a Xabier Iriondo, i due hanno militato insieme in gruppi come SIX MINUTE WAR MADNESS, A SHORT APNEA, UNCODE DUELLO e TASADAY. Si tratta di un’opera che contiene i lavori solisti dei due musicisti, i due lati dell’LP sembrano come due facce di una stessa anima, desiderosa di esprimersi nella maniera più sperimentale possibile.
Partiamo con l’opening act, dal titolo “Huljajpole”, un pezzo meditativo, pieno di pause e suoni dissonanti che fanno da perfetta base a dei canti orientali che suonano quasi come delle preghiere. Seguono riverberi elettronici, giochi di piatti e tamburi e accenni di chitarre melodiche (The Big Bounce), atmosfere surrealiste, ipotetiche colonne sonore di un film di David Lynch (Cosmetic Cosmic City), trombe e ancora una volta musiche che provengono da un luogo che sembra lontanissimo (Ityop’iya). Passando al lato B troviamo un’atmosfera completamente diversa, “The 78rpm Legacy” si apre con un motivetto anni ’30 contornata da samples di trasmissioni radiofoniche sovrapposte, seguono canti bombardati da suoni elettronici esplosivi. A chiudere l’opera c’è il pezzo “Elektraphone Eta Euskaldunen Pelota Jokoa”, violini, suoni radi e la registrazione di una messa straniera. Uno split album da ascoltare standosene comodamente seduti in poltrona a sorseggiare un caffè amaro. Due artisti che hanno evidentemente moltissimo da comunicare, e lo fanno con i mezzi più disparati, a dimostrazione del fatto che la musica non è solamente composta da melodie e suoni preconfezionati studiati a tavolino, è l’espressione dell’anima, che è probabilmente il concetto più metafisico e complesso che l’uomo sia mai riuscito a concepire. E voi, quale lato preferite?

(M. Stella Tavella)

 
ART CORNER
Ultimo capitolo della serie Phonometak ideata dalla Wallace Records di Mirko Spino in collaborazione con Xabier Iriondo. Fucina di originalità e sperimentazione, la serie Phonometak ha lanciato e fatto riscoprire nomi importanti del panorama indipendente italiano (Ovo, Sinistri, Zu, solo per citarne alcuni). Per il gran finale, la Wallace Records ci regala ben due esordi, ovvero i primi lavori solisti di Paolo Cantù e Xabier Iriondo (già insieme nei Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello, e gli ultimi Tasaday).
Il lato A del vinile 10’’ è affidato a Paolo Cantù (chitarrista dei primi Afterhours), che propone quattro brani. La chitarra sta sullo sfondo, regalandoci armonie lievi, continue, a volte distorte, su cui si innestano suoni provenienti da tradizioni lontane: est-europee in “Huljajpole”, percussioni contorte e quasi sud americane in “The Big Bounce”. Torniamo su ritmi e strutture “normali” con le successive “Cosmetic Cosmic City” e “Ityop’iya”, quest’ultima grande dimostrazione del talento visionario e creativo di Paolo Cantù.
Il lato B di Xabier Iriondo (attuale chitarrista degli Afterhours) è puro sperimentalismo, con due soli lunghi brani. Il primo “The 78RPM Legacy” è formato da spezzoni di suoni e musiche che ci arrivano direttamente dal passato, iniziando da brani semplici e orecchiabili, e arrivando a diventare quasi disturbante alla fine. Ultimo pezzo con la presenza della chitarra a introdurre in maniera dolcissima la registrazione di un canto religioso in una lingua incomprensibile, cui segue un ritorno del suono della chitarra, in maniera molto più nervosa, elettrica, pronta a esplodere. Quasi un monito su ciò che poteva essere e non è stato.
Un disco non per tutti, certamente, ma se siete alla ricerca di suoni nuovi, sperimentalismi e avanguardia, è il disco che fa per voi.

Giuseppe Perdichizzi



SENTIRE ASCOLTARE
La serie Phonometak che tante volte abbiamo incontrato in questa rubrica giunge al capolinea con il vol.10, appannaggio di Paolo Cantù e del padrone di casa Xabier Iriondo. La fine come inizio se si considera che, seppur storici chitarristi dell’area impro-rock italica (SMWM, A Short Apnea, Uncode Duello per citare solo quelli accasati alla Wallace), i due giungono all’esordio in solo proprio con questo pezzo di vinile. Da un lato quattro pezzi di Cantù che tra evanescenze spettrali (Huljajpole) quasi etno-folk, frattali di suoni in libertà (The Big Bounce), dilatazioni haunted (Cosmetic Cosmic City) e esotico jazz isolazionista (Ityop'iya) si mostra in inedite forme. Dall’altro Iriondo che lascia da parte i soliti strumenti auto costruiti, per offrire due lunghe tracce da “riscopritore antro-musicologo”: nastri, vecchi vinili, voce lontane, frattaglie sonore stratificate e maltrattate è ciò che troverete in The 78RPM Legacy e Elektraphone Eta Euskaldunen Pilota Jokoa, con quest’ultima fantastica in certi momenti quasi Naked City.
Stefano Pifferi, Andrea Napoli

KATHODIK
(Wallace/Audioglobe 2012)

Con la pubblicazione del decimo Lp giunge al termine la serie dei Phnometak, un progetto nato dalla collaborazione tra la Wallace di Mirko Spino e lo stesso Xabier Iriondo, che in questo disco esordisce con un lavoro a nome proprio. 
E’ con vero e sincero dispiacere che diamo l’ultimo saluto al progetto Phonometak, perché nel corso di questi anni è stato una fucina di nomi underground dediti agli sperimentalismi più impensati e sicuramente unici. 
In questo decimo volume, nel lato B, come si diceva ci sono due brani dell’ex chitarrista dei Six Minute War Madness, si tratta in entrambi i casi di sovrapposizioni e del susseguirsi di frammenti radiofonici, tra i quali canti popolari, risalenti a circa un secolo fa, sui quali Iriondo innesta sia una chitarra bluesata, ma registrata in modo talmente vintage, da ricordare i primi folk blues registrati da Alan Lomax, sia noises elettronici possenti. 
L’altro artista coinvolto è Paolo Cantù, i cui quattro brani sono presenti sul lato A. Anche per Cantù, che ha condiviso con Iriondo le esperienze nei SMWM, negli Uncode Duello negli A Short Apnea e nei Tasaday, si tratta della prima pubblicazione a nome proprio. Cantù utilizza gli sperimentalismi in maniera delicata e progressiva, inserendovi elementi folk sia europei che orientali, ma anche momenti ambivalenti tra tocchi soffici e nervosismi che covano sullo sfondo, attraverso noises soffusi e repressi.

COMUNICAZIONE INTERNA
La collaborazione tra il laboratorio sperimentale PhonoMetak e la Wallace Records giunge in questo 2012 al 10 episodio,conclusivo dell’interessante serie, questa volta protagonista una coppia non nuova al territorio sperimentale nostrano, Iriondo – Cantù, ossia ben due terzi dello storico e riuscitissimo progetto di qualche anno fa A short Apnea o collaboratori in altri quali Uncode Duello e Tasaday, qui condividono solo il vinile 10", perché le proposte sono distinte e separate.
Il lato A del disco è affidato all’estro di Cantù che propone quattro tracce, la prima “Huljajpole” essenziale ricerca plasmata su note arpeggiate sintetizzate e distorte che in ripetizione con l’incursione di rumorismi e note di chitarra va a sovrapporsi ad una melodia vocale femminile di memoria rimandante a canti etnici dell’Europa orientale. Percussioni sghembe introducono la successiva “The big bounce”, l’atmosfera con loop di chitarra si contorna di mistero, e manipolazioni elettroniche rendono lo schema imprevedibile.
La performance dell’artista Cantù prosegue nei due episodi successivi con ampia dimostrazione di capacità estemporanea e di chiarezza espressiva nell’ottima visione della propria ricerca.
L’altra faccia del disco mostra Xabier Iriondo alle prese con l’apertura della prima delle due tracce proposte, in cui compone un collage di registrazioni riprese da vecchi dischi per grammofono, dialoghi, motivetti impolverati, confluenti in un lacerante vortice distorto-percussivo.
Il brano finale fonde in se l’improvvisazione e la ricerca sonora di natura metallica con cambi di fronte su atmosfere più tese, per una ricerca manipolativa elettrica con strumentazione analogica.
Con la speranza che phonometak lab possa avere un seguito, qui annotiamo ancora una volta un capitolo di valore che vede protagonisti due artisti di assoluto rilievo nel panorama indipendente Italiano.
Alessandro MASTROCOLA

CHAIN D LINK
This final chapter of the vinyl series puts to close friend/collaborators on two different sides of a split, infact Iriondo and Cantù have been joining their instruments to pay duty in A Short Apnea, Six Minutes War Madness, Uncode Duello, Tasaday and many other projects. Cantù uses guitar, drums, organ, tapes, vocals, electronics and many other things to recreate something that is really close to A Short Apnea. This side is imbued of that Seventies freaky music aura, the second track for example is a pure exhibit of seventies melancholia with a bit of dissonance. You have to wait for the third of the four tracks to have a guitar driven song with a great singing, while the last track goes back to a acid, desolated world. Iriondo has left his guitar back home and here uses vinyls, field-recordings, bass drums and a couple other instruments. The use of vinyls becomes immediately central during the first track, sometimes he reminded me of an old 3" mcd he put out as Due Parti Molli Tremolanti, the atmosphere brings back to the past but the global result is experimental since he's been working on the sides and everything ends becoming quite odd. In the second episode you have again that "non-music" feeling, it looks like we have Iriondo vs himself, moderns sounds counter-posed to ancient samples, I know somebody may complain sometimes the result is not always focused, but without any doubt this' one of the most interesting work composed by this basque-italian musician.
Andrea Ferraris



THE WHITE SURFER
Nel 2006 Mirko Spino e Xabier Iriondo univano le forze per dar vita a una serie di split in 10", caratterizzati da artwork tutti identici, che rievocassero i vecchi 78 giri di inizio secolo.
Ora, a sei anni di distanza, con il decimo volume si chiude la Phonometak Series; come sottolineato dagli stessi produttori, è un finale che porta con sé anche due esordi da solisti: quello dello stesso Iriondo, già comparso qui in compagnia di altri artisti (Zu, Sinistri, Damo Suzuki Metak Network), così come in compagnia è stato in tutte le numerosissime formazioni in cui ha militato, dagli Afterhours ai Six Minute War Madness, da A Short Apnea a Uncode Duello, per menzionarne solo alcune. E nelle ultime tre formazioni citate, a fargli compagnia c'era Paolo Cantù, altro pilastro dell'underground italico.

Proprio a quest'ultimo spetta il lato A: la sua chitarra costruisce piani acustici sovrapposti, ricchi di armonici e effetti elettronici che frantumano il suono in mille frammenti (The big bounce). Saturazioni sonore dello spazio fisico lasciano spesso il posto a vuoti in cui, comode, si posano melodie orientali (l'ammaliante Huljajpole), riverberi e fruscii, una tromba, percussioni metalliche (Ityop'iya). Abbonda invece di samples Iriondo: in The 78rpm Legacy melodie di inizio Novecento, trasmissioni radiofoniche dell'Italia di ieri e di oggi, canti popolari cinesi si fondono con soluzione di continuità, mentre in Elektraphone Eta Euskaldunen Pelota Jokoa trova posto una messa straniera con tanto di applausi finali. Atmosfere di pace che stridono con una chitarra che trasuda elettricità, una furia latente sempre pronta ad esplodere.
Tra gli episodi più interessanti e riusciti della serie: se vi siete lasciati sfuggire gli altri, accaparratevi almeno questo.
Alessandro Gentili